CONCLUSIONI
di dott. Alberto Pellai - Istituto di igiene e Medicina Preventiva Università degli studi di Milano


I dati raccolti nell’ambito di questa ricerca costituiscono un’ottima base per pensare alla carta dei doveri quale strumento di programmazione di percorsi educativi all’interno della scuola dell’obbligo. La popolazione indagata ha presentato di sé un’immagine caratterizzata da una forte ambivalenza: tensione ideale e morale verso i grandi temi che oggigiorno scuotono la società, (ambiente, anziani, extracomunitari) si sovrappongono al desiderio di condurre un’esistenza “facile” e senza problemi, votata al mito della ricchezza e del successo/popolarità conquistati senza fatica.
I ragazzi sembrano sospesi tra una narcisistica affermazione del proprio diritto ad essere ciò che vogliono e una più “oblativa” attitudine a guardare ai bisogni degli altri e ad individuare un loro ruolo preciso in questo senso.
La carta dei doveri potrebbe costituire, in questa prospettiva, una straordinaria risorsa per attivare percorsi di classe in grado di aiutare i ragazzi a guardare al di là del proprio mondo, fatto di molte certezze, e ad individuare un futuro in cui la speranza del mondo poggi sul loro ruolo attivo e sul protagonismo di chi vuole contribuire al benessere collettivo. Se i temi eventualmente inseribili all’interno della programmazione scolastica sono ben individuati dai diversi articoli della carta dei doveri, il “come” realizzare tale lavoro con il gruppo classe ci sembra, qui, elemento sostanziale e non di contorno, per ottenere risultati caratterizzati da probabile efficacia.
In primo luogo,
pensiamo che gli studenti debbano sentire la “tensione” della propria scuola e dei propri docenti a realizzare percorsi scolastici in cui il rispetto dell’altro e il valore della relazione nell’interazione tra soggetti siano collocati in una posizione privilegiata.

“In effetti i ragazzi riescono molto bene a scuola se hanno la sensazione di essere graditi e amati e se intuiscono che gli insegnanti li accetteranno sinceramente per quello che sono e per ciò che apprezzano a scuola. Fra i fattori principali capaci di preservare i ragazzi da disturbi emotivi, abuso di droghe e violenza, oltre all'intimità che riescono a stabilire in famiglia, c'è un forte senso di unione a scuola. I ragazzi danno i migliori risultati quando si sentono apprezzati e compresi dagli insegnanti e quando intuiscono che questi hanno grandi speranze per loro dal punto di vista accademico. Una scuola che progetti un'esperienza educativa attraente per i ragazzi li aiuta non solo a migliorare i risultati scolastici e l'autostima, ma anche ad accrescere la capacità di guardare con ottimismo al futuro. È di importanza cruciale, ritengo, assicurarsi che ogni ragazzo possa trovare l’ esatta coincidenza fra ciò che gli permette di dare il massimo di sé come individuo e ciò che la scuola gli fornisce. Per esempio, se il miglior modo di apprendere per un ragazzo consiste nel leggere in silenzio per conto suo per un dato lasso di tempo, diciamo mezz'ora, per poi fare una pausa e passare a un'attività fisica come la corsa, la scuola ideale non lo costringerà a partecipare a quattro ore di lezione in cui non avrà tempo né per leggere da solo, né per svolgere attività motorie. Se il metodo ideale per un altro ragazzo è d lavoro in piccoli gruppi, in cui gli studenti insegnano gli uni agli altri attraverso la condivisione di lezioni e attività in cui nessuno viene messo sotto i riflettori con una domanda a cui deve dare la risposta giusta, la scuola non Io metterà in una classe molto numerosa dove l'insegnante Io torchierà con il metodo socratico.

I bambini, come le bambine, ottengono migliori risultati nelle scuole che danno loro la possibilità di partecipare ad attività educative corrispondenti ai loro interessi e alle loro capacità personali, mettendoli in condizione di esprimere la propria personalità e di dare il meglio di sé come individui.
È importante che i giovani si sentano a proprio agio nell'ambiente scolastico e che trovino sufficientemente stimolanti l'insegnante e le attività proposte.1”

Per sviluppare il senso di appartenenza alla scuola, il ruolo dei docenti rimane fondamentale ed insostituibile. Poiché, “spesso l’autentico io si nasconde sotto le ali protettive di ruolo (di genitore, insegnante, sacerdote, poliziotto) è necessario allora togliere la maschera, perché la parte più profonda della persona è molto più ricca di ogni sua espressione sociale; solo l’empatia consente sincera partecipazione all’esperienza dell’altro e indipendenza emotiva, risolversi in un farsi uno, pur rimanendo a distanza”2.
È solo nella relazione fondata sul rispetto reciproco e la reale comprensione dell’altro che può esistere una didattica centrata sul concetto di dovere. Tale concetto, inoltre, dovrebbe, essere concretamente e sperimentalmente avvicinato dalla classe, all’interno di un’organizzazione del lavoro comune in cui diritti e doveri siano distribuiti equamente ed in base a precisi riferimenti metodologici. In tale direzione, l’apprendimento cooperativo che si realizza “nell’interdipendenza paritaria tra i membri di un gruppo che devono raggiungere un determinato obiettivo, per cui sono richieste numerose abilità interpersonali, quali la conoscenza e la fiducia reciproca, la percezione e chiarezza nella comunicazione, l’accettazione e il sostegno reciproco, la risoluzione costruttiva dei conflitti”2, costituisce un modello al quale i docenti dovrebbero fare riferimento per la conduzione delle proprie programmazioni didattiche centrate sulla carta dei doveri.
Inoltre,
è importante che molti degli elementi impliciti nella carta dei doveri non vengano confinati ad un approccio puramente informativo-cognitivo, ma si trasformino in esperienza didattico-educativa, con ricadute operative e concrete nell’esperienza del singolo e della sua classe. Ci sembra utile qui proporre come schema metodologico di riferimento quello proposto da Roche3 che include tre stadi di interventi:
a) la sensibilizzazione cognitiva, che deve aiutare i ragazzi attraverso testimonianze, letture, visione di film e ricerche ad hoc, ad individuare il tema dei “doveri” sia con modalità descrittiva (il dovere è…) che esplorative (i doveri che attualmente sono meglio/non sono assunti per niente a livello sociale …) e propositive (se dovessi individuare una mappa di priorità relativamente alle mie responsabilità e doveri, ecco cosa farei io…);
b) la sperimentazione protetta che in un setting controllato, quale è quello di un’aula scolastica, consenta di “simulare” possibili azioni ed iniziative del singolo e del suo gruppo a sostegno di quanto ribadito nella carta dei doveri;
c) l’azione, che concretamente affida la realizzazione di un progetto da realizzare nel proprio ambito di vita –sia scolastico che extrascolastico- facendo attenzione a dotare gli studenti di strumenti di autoverifica rispetto al raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Come afferma Carkhuff4,
educare ai doveri significa promuovere un intervento di educazione pro-sociale che deve portare l’individuo a meglio conoscere:

a) se stesso in relazione a se stesso (autoesplorazione)
b) se stesso in relazione al suo ambiente di vita (autocomprensione)
c) se stesso rispetto alla propria capacità di lasciare un segno positivo di sé nel proprio contesto di vita (azione).
Nell’ambito del lavoro di classe
sarà necessario affrontare, con delicatezza e decisione allo stesso tempo, aspetti che la ricerca ha messo in evidenza quali cruciali e critici:

  • esiste ancora nella quotidianità una linea di confine che demarca una evidente diversità tra maschi e femmine nel loro percorso di socializzazione e di crescita. Spesso tale diversità può trasformarsi in una presunta “superiorità” di diritti di un gruppo rispetto all’altro. Genitori, insegnanti ed educatori devono portare il tema dell’identità di genere, degli stereotipi culturali e della frequente banalizzazione che di questi temi spesso viene fatta, all’interno delle loro priorità educative, in rispetto a quanto affermato all’articolo 2 della carta dei doveri.
  • La violenza e la sopraffazione fisica sono da molti ancora ritenuti strumenti validi per affermare i propri diritti sugli altri. La magnificazione e la normalizzazione che la nostra società fa di violenza, competizione e aggressività, sono in netto contrasto con quanto ribadito in più articoli della carta dei doveri e necessita di un forte e significativo approccio educativo fin dalle età più precoci.
  • La sensibilità che i ragazzi mostrano verso la tutela dell’ambiente non ha corrispettivo quando ci si riferisce a situazioni umane di marginalità sociale e difficoltà di integrazione. E’ fondamentale che i bambini crescano in una società in cui gli adulti fungono da modelli di ruolo in questo senso. Finché i bambini ascolteranno noi adulti parlare di anziani ed extracomunitari in termini di costo sociale, peso o impedimento al progresso della società, non si potranno mai realizzare i principi che la carta enuncia negli articoli 1,2,3.
  • I mass media devono aiutare le future generazioni ad avere una visione realistica della vita e del contesto sociale al quale appartengono. È necessario che i modelli di successo facile ed immediato propagandati dai media vengano sostituiti da realtà e situazioni in cui i minori possano comprendere che la vita è un percorso ad ostacoli che consente di pervenire a traguardi di valore con notevole dispendio di tempo, impegno ed energie. Se i mass media non si impegneranno a demitizzare la logica del “tutto e subito”, è dovere di genitori ed educatori non delegare ad essi alcun aspetto della crescita, con interventi finalizzati a criticare, ridimensionare e ridurre l’influenza che i mezzi di comunicazione di massa hanno oggigiorno sulle nuove generazioni.
Tutto ciò si deve tradurre sul piano educativo in metodi ed obiettivi che, anche grazie alla carta dei doveri, possono aiutare la società e la scuola di oggi a costruire un mondo migliore.
La speranza è il motore della vita. E mai, come in questo progetto, sperare è... un nostro dovere.

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